Antonio Tabucchi : “E finalmente arrivò il settembre” – l’ultimo racconto

di Marta Cutugno

E finalmente arrivò il settembre” è l’ultimo racconto di Antonio Tabucchi, scritto nel 2011 e rimasto incompiuto: lo scrittore, infatti, si spense solo dopo pochi mesi, nel marzo 2012. Rinvenuto, tra i suoi appunti, dalla moglie, venne pubblicato nel 2015, dapprima su Internazionale e successivamente dalla Feltrinelli, inserito nella collana eBook Zoom Flash.

Nella breve prefazione al testo, la moglie di Tabucchi, Maria José de Lancastre, spiega da cosa ebbe origine il racconto: fonte di ispirazione furono fatti realmente accaduti e riportati allo scrittore dall’amica Helena Abreu, studentessa alla Facoltà di Lettere di Lisbona negli anni Sessanta.

Luís-Filipe Lindley Cintra è personaggio chiave della storia, un professore di linguistica portoghese all’Università di Lisbona che, insieme ad un gruppo di studenti, a bordo di un pulmino bianco della Croce Rossa, parte, “nel settanta o settantuno” alla volta del Trás-os-Montes, regione del nord-est del Portogallo. Obiettivo è ricercare e registrare i fenomeni linguistici contemporanei in uso presso le popolazioni del paese, laddove “la lingua era rimasta la stessa per secoli”. Durante la sosta in Trás-os-Montes e la raccolta di documenti e testimonianze, la comunità – ormai spopolata, dove resistevano anziani e donne dai volti scavati – rimane sconvolta da una terribile notizia: nella guerra coloniale in corso in Africa, un giovane conosciuto ai più e proveniente da quei luoghi, morto sul campo di battaglia. Un telegramma, la disperazione, l’ennesima giovane vita spezzata.

La scrittura di Tabucchi, pregna della caratteristica sua passio per il narrare, si mostra attenta nel rievocare un vissuto vero, un’esperienza reale, in ricchezza di particolari storici ed ambientali, fortificato da espressioni dirette con cui la voce narrante interroga lo stesso autore con “ti ricordi?”, “capisci?”. Attualità e riflessioni convergono ed emergono nel contrasto morte-vita: il dramma della guerra e l’istinto di sopravvivenza che la lingua porta in se – perché “le lingue sopravvivono, sono la parte aerea delle nostre miserie corporali”- ; il parallelismo tra la fuga dei giovani ventenni e trentenni portoghesi – che oltrepassano la frontiera “per salvare la pelle” e non andare a morire in guerra, non certo per cercar fortuna – ed i flussi migratori che, ancora oggi, spingono le popolazioni africane, e non solo, verso l’Europa, “come fanno oggi i neri che arrivano da noi”.

Non sappiamo che idee Tabucchi serbasse per il lettore riguardo l’epilogo del racconto ne come avesse in mente di svilupparne trame ed elaborarne contenuti. E non lo sapremo mai.

Lo sguardo scorre famelico sulle parole, arranca e si posa su un “IL”: dopo poche righe che avviano il capitolo quarto, nel momento in cui i giovani linguisti avevano appena sistemato il registratore sul banco della chiesa, vicino l’altare, il flusso narrativo si interrompe lasciando il resto all’immaginazione.

Di seguito, l’incipit del testo:

E finalmente arrivò il settembre. A quell’epoca le lezioni finivano a luglio, l’agosto torrido era per la villeggiatura, come si chiamava allora, l’Algarve non esisteva, voglio dire che esisteva geograficamente, ma non ci andava nessuno, e del resto chi poteva andarci?, per arrivarci dovevi attraversare il Tago in traghetto, se avevi la macchina, e poi infilarti in uno stradone che attraversava l’Alentejo e poi in stradine sperdute per passare le montagne di Monchique, e poi arrivavi alle spiagge dell’Algarve, bellissime, dove non c’era nulla e nessuno, qualche raro villaggio di pescatori, una capanna di foglie qua e una là, lontane su quei sabbioni, il contadino vendeva meloni, fichi e angurie, alcuni hippies erano arrivati dall’Inghilterra, ragazzacci brutti che dormivano in una tenda e che si spostavano per evitare la Guarda Nacional Republicana, cercavano il paradise now e pensavano di averlo trovato là, fra quelle dune selvatiche” […]

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Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 – Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis Etranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia; l’Aristeion in Grecia; il Nossack dell’Accademia Leibniz in Germania; l’Europäischer Staatspreis in Austria e i premi Hidalgo e Cerecedo in Spagna. Ha vinto il premio Salento nel 2003 e il Frontiere-Biamonti nel 2010. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.