Arnesi Da Suono 35 – Taiko: tamburo bipelle della tradizione giapponese

di Marta Cutugno 

Mito, leggenda e spiritualità hanno influenzato le tradizioni culturali e musicali dei popoli sin dai tempi più remoti. E per comunicare con il mondo esterno, l’uomo ha trovato nella percussione il tramite più immediato. Il primo oggetto della propria fantasia era, essenzialmente, il proprio corpo. Percuotere le mani tra loro o su altre parti del corpo, o gli oggetti di uso comune tra di loro ha preceduto la stesura delle pelli di animale su cavità naturali come buche o tronchi di albero dando così vita alle origini del tamburo. Non ne è esclusa la tradizione giapponese. Uno degli strumenti musicali più intimamente legati alla cultura di questo paese è il Taiko, oggi oggetto di studio per la rubrica ArnesiDaSuono. Con il termine taiko (太鼓) si fa riferimento a tutti i tamburi giapponesi, fatta eccezione di quelli a clessidra detti, invece, tsuzumi. I taiko si suddividono in tamburi a barile e tamburi a cilindro, categorie caratterizzate entrambe dalla presenza di due pelli e dalla medesima modalità di esecuzione tramite due bacchette.

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Anticamente, secondo credenze popolari, si diceva che il suono del taiko, simile al tuono, potesse raggiungere le vette del cielo fino alla dimora degli dei. Era impiegato durante le battaglie, a scopo motivazionale, per incitare i guerrieri alla battaglia, spaventare e mettere in fuga il nemico e comunicare spostamenti, tattiche ed ordini militari anche a grande distanza. Se letteralmente, il termine taiko fa riferimento ad un grosso tamburo la cui storia mantiene radici antiche, avvicinandoci maggiormente al nostro tempo, lo stesso termine indica uno stile preciso nell’arte del tamburo giapponese inaugurato negli anni ‘50. In Giappone, negli ultimi sessant’anni, le scuole di taiko sono aumentate in maniera esponenziale, esportando quest’arte anche all’estero grazie alla diffusione di spettacoli di sole percussioni come espressione più diffusa della musica popolare giapponese. Una tra tante è il Taiko creativo – sôsaku Taiko – che risente di contaminazioni occidentali jazzistiche.

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Esiste una grande varietà di taiko, di diversa forma e misura. I più conosciuti sono: * o-daiko, tamburo dal suono più forte e più grave, con altezza che varia dai 50 cm a un metro e diametro dai 40 ai 90 cm, la sua cassa è in legno di canfora o di quercia, le pelli sono equine o bovine; * chu-daiko, uguale all’o-daiko ma di grandezza media e con sonorità del registro medio; * shime-daiko, alto circa 15 cm e con diametro 30 centimetri, dal suono più acuto. Aldilà della struttura formale dello strumento, di maggiore interesse e fascino è la sua modalità di esecuzione. Nell’espressione della pratica strumentale, l’artista non si limita ad operare una semplice percussione ma avvia una comunicazione intima e sentita in primo luogo con se stesso e poi con il suo pubblico. Il coinvolgimento completo del suo essere, nell’aspetto sia fisico che emotivo,  scaturisce nell’alternanza di ritmi e di dinamiche. Colpire le pelli con energia o con dolcezza attraverso le due bacchette, e contestualmente impiegare la propria voce, urlando o sussurrando, il suonatore di taiko vuole essenzialmente sprigionare e diffondere nell’universo un messaggio di vita.