ATTILA di Giuseppe Verdi al Teatro Bellini di Catania

di Marta Cutugno

Con Attila, dramma lirico in un prologo e tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Temistocle Solera, si chiude la stagione lirica 2014 del Teatro Bellini. L’attesissimo re degli Unni verdiano è tornato a Catania dopo trentacinque anni di assenza dai cartelloni e l’allestimento dell’ E.A.R Teatro Bellini ha proposto la regia di Vincenzo Pirrotta, le scene di Salvatore Tropea, le luci di Salvatore Da Campo. All’apertura del grande sipario la scena si presenta piuttosto scarna e tale resterà fino al concludersi della vicenda: due blocchi rocciosi di piccola e media grandezza – uno a destra l’altro a sinistra – resteranno nella medesima posizione da principio a fine. Nessun evidente cambio di scena, quindi, se non l’ingresso dall’alto di una cascata di liane di tarzaniana memoria – che spesso, volutamente o no, intrappoleranno i protagonisti – per realizzare scenicamente il bosco che separa il campo di Attila da quello di Ezio. Il primo effetto “subìto” è la nube che doveva creare – in teoria – l’atmosfera in apertura: più che come fumo di scena, si è manifestata come peregrino banco di nebbia che dal palco – e prima di raggiungere il pubblico in sala – si è abbattuto su direttore e orchestrali impegnati per l’occasione nell’esecuzione di pause, note e colpi di tosse. Seguono la nube e accompagnano il preludio, due stupri in diretta e cadaveri trascinati da un lato all’altro, scelte che probabilmente volevano conferire al narrato maggiore veridicità; il desiderio di adesione alla realtà è stato tuttavia ammortizzato, poco dopo, da particolari tutt’altro che realistici quali, per esempio, la presenza di un bambolotto tra le braccia di Foresto e la nave immaginaria senza scafo, ma con albero maestro e vela al vento, rappresentata dalla traversata a piedi delle comparse.

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Il crudo e l’amaro si sono mescolati all’immaginario non conferendo propriamente unità e continuità per cui la regia e le scene – seppur con alcune idee interessanti – sono risultate complessivamente poco incisive. Sul fondo del palcoscenico è stato posizionato un pannello che solo in sporadici casi ha accolto proiezioni inerenti al contesto – come per esempio il volto del Cristo durante il coro degli Eremiti e il ritratto dell’imperatore Valentiniano all’inizio del secondo atto. Per il resto della messa in scena il pannello è stato illuminato perlopiù in tinta unita, spesso nelle sfumature dell’arancio e del beige e il gioco di luci, in generale, si è rivelato frammentario e poco fluido.

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Per la recita di ieri 12 dicembre 2014 previsto il primo cast (così come da locandina) con Piera Bivona nel ruolo di Odabella al posto di Dimitra Theodossiou, ospite della IV edizione degli International Opera Awards 2014 (già premiata nell’edizione 2012 come miglior soprano). A dirigere l’Orchestra il Maestro spagnolo Sergio Alapont: la sua direzione è apparsa per la maggiore poco disposta a sperimentare la tensione emotiva verdiana e un po’ troppo meditativa e posata nei tempi: l’esecuzione di chi ha guidato una Cinquecento senza infrazioni, a volte rispettando i semafori e senza rendersi conto di essere a bordo della Ferrari/Orchestra del Bellini, riuscendo, per questo motivo, solo in alcuni momenti, a sfruttarne l’enorme potenziale in brillantezza e potenza di suono. Ottimo e di qualità il cast coinvolto. Carlo Colombara ha regalato una partecipatissima e studiata interpretazione di Attila: possente nella dimensione scenica e magnetico sul piano vocale, Colombara ha magnificamente interiorizzato, colto e riespresso le caratteristiche del personaggio, coinvolgendo – ad ogni passo, suono e movenza – cuore, occhi e orecchie del pubblico. Eccellente, nel ruolo di Ezio, anche un Carmelo Corrado Caruso dalla voce piena e profonda e dalle ottime qualità attoriali. Sicuramente, uno dei momenti più intensi di questo Attila catanese è coinciso proprio con il duetto Colombara – Caruso: palpabile da subito, nella scena prima del prologo, la potenza comunicativa e la perizia dei due interpreti. Piera Bivona come Odabella ha ben riletto la partitura con forza comunicativa, voce ampia e grande impeto in particolar modo agli esordi dell’opera. Foresto è stato interpretato da Sung Kyu Park, tenore coreano dalla perfetta dizione e dal gentil timbro che ha ben reso dal punto di vista scenico; vocalmente, insieme ai buoni volumi – tuttavia – presente anche una certa tendenza a non proiettare e dare giusto corpo agli acuti. Molto bravo Giuseppe Costanzo come Uldino; meno convincente il Leone di Concetto Rametta. Il Coro del Teatro Bellini, diretto dal M° Gaetano Costa, ha dimostrato partecipazione, coinvolgimento e sensibilità in tutti gli interventi: buone le dinamiche, la precisione, la pienezza e la rotondità di suono.

   Giacomo Orlando Fotografo