“Interno di casa con bambola” : la pièce di Manuel Giliberti per Atto Unico

di Marta Cutugno

Torvald: “ma io ho la forza di diventare diverso…”
Nora: “Si, forse … Se ti si toglie la bambola”

La piccola allodola, la bambina capricciosa apre gli occhi ed inizia il viaggio alla ricerca del rispetto di se, un viaggio in cui assaporare finalmente la vita. Domenica 22 novembre in doppio spettacolo (ore 18:00 e ore 21:00), il palcoscenico del Teatro Savio di Messina ha ospitato “Interno di casa con bambola” come secondo appuntamento della rassegna 2015-2016 “Atto Unico. Scene di Vita, Vita di Scena”della QA-QuasiAnonima Produzioni.

La pièce diretta dal regista siracusano Manuel Giliberti trova radici ed ispirazione in “Casa di bambola” di Henrik Ibsen. Scritto nel 1879 durante un soggiorno ad Amalfi e per la prima volta andato in scena il 21 dicembre dello stesso anno al Teatro Regale di Copenaghen, questo testo, tra i più rappresentati al mondo insieme a “Sei personaggi in cerca di autore“, consiste in un’ analisi critica rispetto ai ruoli dell’uomo e della donna nella società di fine Ottocento. È una lotta faticosa tra il maschilismo che confina la donna a oggetto o ad animale domestico in gabbia e l’uguaglianza tra i sessi, la parità dei diritti; una rilettura in cui, rispetto all’originale ibseniano, il regista Giliberti ha volutamente tralasciato la figura del dottor Rank e le implicazioni di ordine religioso ed è ottimamente riuscito a rappresentare le debolezze dell’uomo in quella nuova dimensione morale, economica e sociale di fine Ottocento, epoca dei salotti e delle banche, delle firme false, dell’inutile nascente  consumismo.

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La scena rappresenta l’interno di una casa, una sala da pranzo con tavolo rotondo, sedie, mobili bassi e un grammofono in bella vista. Tutto è molto composto e suggerisce ordine, metodicità, senza minimamente sfiorare idea di lusso. I costumi dei personaggi, così come le scene, curate da Rosa Lorusso, bene ricalcano il modello dell’epoca e coerentemente aiutano il tessuto narrativo. Movimenti coreografici sono di Serena Cartia, direzione di scena e l’organizzazione sono di Mattia Fontana. Adeguate al contesto scenico anche le musiche del maestro Antonio Di Pofi.
Nel cast cinque attori di grande merito e talento che vantano esperienze nel teatro classico e collaborazioni con l’Istituto Nazionale del Dramma Antico: Laura Ingiulla è la bambola Nora, pronta a partire e ricominciare; Davide Sbrogiò è l’irremovibile Torvald, Lorenzo Falletti è Krogstad, l’uomo dalle due facce, Giorgia D’Acquisto la signora Linde e Antonietta Carbonetti, la materna bambinaia Anne Marie.

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Nora è colpevole di aver infranto i parametri di onestà e rigore imposti prima da Torvald e poi dalla collettività: chiede un prestito a Krogstad per salvare il marito ponendo una firma falsa a nome del padre morto da tre giorni, subisce minacce, incassa avvertimenti e tenta di nascondere ad ogni costo la verità. La signora Linde, amica d’infanzia, è la prima a comprendere che per superare quella condizione di sottomissione, è necessario affrontare Torvald ed essere sinceri. L’uomo di casa, il marito-padrone è disorientato e come prima reazione detta misure ancora più restrittive nei riguardi della moglie. La piccola scialacquatrice, la donna che aveva portato sul palmo della mano si era rivelata ipocrita, bugiarda, criminale e doveva essere estromessa dall’educaziome dei figli e dalla vita sociale. Il suo frequente monito “Mai prendere a prestito“, era rimasto beffeggiato da un accordo con Krogstad che minacciava di rendere di dominio pubblico l’incresciosa situazione. Giunge il “miracolo” auspicato e sprezzato in egual misura : mentre Krogstad e la signora Linde riuniscono le loro vite perché due naufraghi “sullo stesso rottame stanno meglio che ciascuno da solo sul proprio“, Nora affronta il marito e decide di abbandonare la casa coniugale, di allontanarsi dai figli e da quello spazio ormai saturo del suo bamboleggiare e dei suoi capricci-ripiego ad una vita dietro invisibili sbarre. Ottima la prova dei protagonisti tutti culminata nella scena che precede il finale: rivolti al pubblico si struccano il viso in un lento e significativo gesto che rompe le catene interiori e segna per tutti una spaccatura senza rimedio. Cambiare, rimuovere la maschera, prendere coscienza, riappropriarsi di se stessi si può e, a volte, è l’unico miracolo possibile.