“La Manna” – prima assoluta dell’opera-balletto in memoria di Giovanni Falcone

di Marta  Cutugno

“Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia” (Giovanni Falcone)

Palacultura Antonello, Messina. Presentata e cooprodotta dall’ Associazione musicale “Vincenzo Bellini” e dalla Cooperativa Sinfonietta, venerdì 26 febbraio è andata in scena in prima assoluta l’ Opera balletto in quattro quadri “La Manna“, dedicata al magistrato Giovanni Falcone e a tutte le vittime delle mafie. Tre recite nello stesso giorno: due matinée con la massiccia partecipazione di giovani e giovanissimi studenti provenienti da istituti comprensivi e superiori messinesi ed uno spettacolo serale alle 21:00.
Il libretto, composto da Vincenzo Diaferio e liberamente ispirato al romanzo “La leggenda di Cuore Vivo” di Francesco Lauricella, traccia il sentiero intrapreso dall’anima di Falcone partendo dall’attimo che ne segue la morte, immergendo il protagonista in una dimensione altra e scegliendo di tralasciare particolari e riferimenti specifici riguardo l’attività da magistrato. La voce narrante è quella dell’ottimo Antonio Lo Presti, che resta seduto dietro una scrivania alla sinistra del palcoscenico, cristallizzando un’immagine sacra, fissata nella nostra memoria e solitamente restituita dalla cinematografia, quella di un uomo di stato sommerso tra incriminate carte e fascicoli. La fine è anche l’inizio. È il 23 maggio del 1992, sono le 17:58: il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo vengono strappati alla vita dall’esplosione di 1000 kg di tritolo posti in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada A29 direzione Palermo, ad altezza Capaci. Il viaggio nell’aldilà delineato da Diaferio, allegoria delle vicissitudini che sulla terra resero Falcone uomo vero di giustizia, lascia poco spazio alla storia e cade talvolta nell’ovvio e nel generico.

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Fui come tutti voi, protagonista della mia storia di vita“.
Giovanni si risveglia in un luogo mai visto prima, una grotta scavata nella roccia ed a picco sul mare. Attraversa un fitto bosco, incontra bellissime figure femminili che lo rassicurano. Navigando in quella surreale dimensione, è attratto dalla Manna, “cibo degli angeli, miele di rugiada” che, miracolosamente, viene fuori dalla corteccia degli alberi. Le ninfee lo invitano a recarsi oltre la montagna dove un gruppo di anime, in transito verso miglior vita, lo sta aspettando come guida. I dolori terreni sembrano ormai lontani ma le ferite lasciate dal senso di impotenza, dalle solitudini e gli affanni accumulati bruciano ancora insieme all’insopportabile colpa di aver trascinato sul suo stesso patibolo le anime innocenti della moglie e degli agenti. Ma la regina del male, Mafìa, riesce a manifestarsi anche in quel luogo apparentemente perfetto e lontano da ingiustizie. Come nelle favole a lieto fine, l’equilibrio viene ristabilito e tutto è pace.
Gli interventi narrativi, spesso troppo corposi e sempre accompagnati da sottofondo musicale, si alternano alle coreografie di Sebastiano Meli, interpretate dallo stesso insieme ad Alice Rella e al corpo di ballo Studio Danza di Mariangela Bonanno. Le sinuose movenze delle ninfee in lunghi abiti e maschere bianche si uniscono al movimento e alla presenza scenica di Meli che interpreta l’anima di Giovanni Falcone. Le parole lasciano il posto alla voce del corpo, che giunge nitida grazie alla forza comunicativa dei cinque ballerini sul palco.
Le musiche originali composte da Melo Mafali sono caratterizzate da una felice simbiosi tra la tradizione di matrice colta espressa in momenti di impalpabile lirismo pastorale ed un rock potente e fortemente personale. Le idee musicali – eseguite dall’Orchestra Sinfonietta (che per l’occasione ha coinvolto giovanissimi orchestrali) diretta dal Maestro Ezio Spinoccia e supportate da arrangiamenti di alta qualità, da sempre punto di forza del Mafali – toccano vertici di sofferta sensibilità, ma l’ultima parte dello spettacolo, che culmina nell’esecuzione di una canzone (interpretata molto bene da Denise Truscello), non aderisce, in quanto ad originalità, al resto della composizione e resta corpo estraneo. Entusiasta la risposta del pubblico che dimostra partecipazione volta alla riflessione su una così importante tematica sociale.