Laudamo – “Vento da Sud Est” di Angelo Campolo: destinati a morire, rinati nell’arte.

di Marta Cutugno

Per tutto il giorno, da quando l’orizzonte con le dune oscure di roccia, piatte o quelle di sabbia, anch’esse oscure, rotonde … Il deserto fu sempre lo stesso…Così quando il sole nasceva in un punto dell’orizzonte non contrassegnato da nulla, ecco che, come se nulla di reale fosse accaduto, il deserto era intorno, col disegno e la luce del giorno prima, e con l’ardore terribile del sole che si tornava a identificare col pericolo e con la morte”.

Teorema – PPP

Messina: È stata inaugurata ieri, 6 novembre, la nuova stagione della Sala Laudamo con Vento da Sud Est, diretto da Angelo Campolo e scritto a quattro mani con Simone Corso. Lo spettacolo fa parte del Progetto Parola Pasolini della Daf Teatro dell’Esatta Fantasia di Giuseppe Ministeri ed è il primo della trilogia, insieme a “Terra che non sa” (Gennaio 2016) e “Com’è alto il sole” (Maggio 2016).
Il viaggio drammaturgico ideato da Campolo si ispira al romanzo, prima film, “Teorema” di Pier Paolo Pasolini e – concentrandosi sulla figura dello straniero ospite “venuto in questa casa per distruggere” e tralasciando gli scambi intimi che intrattiene con i personaggi del testo – segna tappe di condivisione reale, azioni che, nella finzione scenica, celebrano l’integrazione e la sana compartecipazione nell’arte. Per questa ragione protagonisti sul palcoscenico sono undici giovani: – sette di loro sono stati selezionati lo scorso settembre; Glory Aibgedion (Cecilia), Giuliano Romeo (Pietro) Patrizia Ajello (Winifred) Luca D’Arrigo (George), Claudia Laganà(Odetta), Michele Falica (narratore), Antonio Vitarelli (narratore); talenti che hanno dato prova di grande stoffa, capaci di misurarsi in pienezza con testo e contenuti di livello e dai quali il regista Campolo ha saputo trarre il meglio; – quattro sono i migranti minorenni provenienti dal Mali, Mamoudou CamaraMoussa Yaya DiawaraOusmane DembeleJean Goita. Ad oggi ospiti del centro “Ahmed” di Messina (coordinati da Clelia Marano ed Alessandro Russo), i giovanissimi migranti – che sembrano nati per la recitazione – sono i primi a raggiungere la scena, vestiti di bianco, nel buio più fitto, lo stesso buio pasoliniano che protegge la realtà rendendola più sostenibile e vera. Si accendono i riflettori e, con la disinvoltura dei veterani, iniziano a cercare qualcosa, parlano una lingua a noi sconosciuta, si abbandonano al ritmo coinvolgendo voce e corpo, chiedono dove sia finito Pier Paolo, e, forte, lo chiamano; si presentano e, in un assordante silenzio generale, gridano il loro nome seguito dalla triste qualifica, “destinato a morire“; è il tempo del ricordo: il deserto che lascia tutto alle spalle, la fame, la sete, l’esilio. Il Teorema procede, in ipotesi, tesi e dimostrazione: al centro della perfetta fabula – come in “Mary Poppins”, da cui vengono prese in prestito musiche e situazioni – una famiglia borghese che abita in via dei Ciliegi 17 e vive nel magico ed ovattato idillio di una vita apparentemente senza difetti. Il chiuso nucleo – che ha “deciso che i Negri sono come i Bianchi ma forse non anche i Bianchi come i Negri” – viene destabilizzato, perde l’equilibrio perché qualcuno bussa con insistenza alla sua porta; tutti, però, continuano a ripetersi che “non bussa nessuno”, “non apriamo a nessuno”, “non è affar nostro”.

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Rifiutano, si riparano dal vento da sud est che porta lo straniero, il diverso, mettendo in tavola, per pranzo, i luoghi comuni che emergono nella vita di tutti i giorni: il rischio di contagio di malattie, la potenziale pericolosità criminale, l’ingiusto supporto economico. Si apre, poi, una parentesi temporale avviata dal pesante gesto di Winifred sul viso dell’atea Odetta che come un interruttore porterà il racconto in stand -bye: in quello spazio fuori dalla successione cronologica – “stagione imprecisata” – sarà possibile aprire per gradi gli occhi, riflettere, essere interrogati ed interrogarsi, dare spazio a se stessi: ed ecco il suono della fittizia batteria di Odetta, il vuoto – “sinistra salute” – del mondo social di Pietro; la religiosa fede come status di Winifred; i blocchi e le dipendenze di George. Gli ospiti entreranno in quella casa, questa volta senza più bussare, senza chiedere permesso: giocheranno a calcio, con un pallone immaginario, fin dentro la platea e assumeranno sembianze di volatili dalla grande testa. Quando però si tornerà alla realtà, con la coscienza poco più sveglia, dietro quella porta non sarà rimasto più nessuno.

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Notevole la scrittura di Campolo e Corso – fluida nella prima parte, più rigida verso il finale – che molto bene rielabora e rilegge l’opera pasoliniana: sfida vinta per la DAF, un esempio di teatro di qualità sostenuto dall’umano abbraccio dell’arte che unisce oltre ogni distanza. Scene essenziali, funzionali e coerentemente prive di ‘superfluità‘ quelle di Giulia Drogo, che ha curato anche i costumi. Ottime le scelte musicali di Giovanni Puliafito: hanno accompagnato con criterio i passaggi narrativi così come i movimenti coreografici di Sara Lanza e le luci di Gianni Grasso. In chiusura e prima dei lunghi applausi, il testo ha attinto dalle ultimissime parole di “Teorema“:

È impossibile dire che razza di urlo
sia il mio: è vero che è terribile
tanto da sfigurarmi i lineamenti
rendendoli simili alle fauci di una bestia –
ma è anche, in qualche modo, gioioso,
tanto da ridurmi come un bambino.
È un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.
È un urlo che vuol far sapere,
in questo luogo disabitato, che io esisto,
oppure, che non soltanto esisto,
ma che so. È un urlo
in cui in fondo all’ansia
si sente qualche vile accento di speranza;
oppure un ruolo di certezza, assolutamente assurda,
dentro a cui risuona, pura, la disperazione.
Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine”.

Esistono, si. Sono, sanno, sentono, vivono. Come noi, come tutti. E li spinge un vento di dolore che attraversa i loro occhi, una pioggia di lacrime, un soffio di vita e di speranza, la stessa che ha voluto sopravvivessero alla guerra, alla disperazione, ai flutti.
Qualcosa sta cambiando ma molto deve ancora cambiare. Andate a vederlo.

Repliche il 7 – 8 – 13 – 14 – 15 NOVEMBRE 2015 (Venerdì, Sabato ore 21:00 – Domenica ore 17:30).

foto di Cristina Insinga