L’eterea Giordano e l’equilibrio di Carminati per “I Puritani” al Bellini di Catania

di Marta Cutugno

Mentre fervono i preparativi per il cartellone di lirica e balletto 2016 che verrà inaugurato il 17 gennaio con “Fedra” di Giovanni Paisiello, il Teatro Bellini di Catania saluta la stagione 2015 con “I Puritani“, l’opera seria in tre atti di Vincenzo Bellini, su libretto di Carlo Pepoli.

L’ultimo melodramma del Cigno venne alla luce dopo la firma del contratto con il Théâtre Italien di Parigi in un tempo di stesura di circa nove mesi, dall’aprile del 1834 al gennaio 1835. Era il periodo della dolce vita parigina e delle sue colte frequentazioni con artisti ed intellettuali tra cui Victor Hugo, Liszt, Chopin, Meyerbeer. Il soggetto trova ispirazione nel dramma storico – andato in scena a Parigi a settembre 1833 – “Têtes rondes et Cavaliers” di Jacques-François Ancelot e Joseph Xavier Boniface (in arte, Saintine). La prima rappresentazione avvenne il 24 gennaio 1835 presso il Théâtre de la comédie italienne di Parigi, esattamente otto mesi prima della morte che lo colse, non ancora trentaquattrenne, il 24 settembre.

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Ci troviamo nell’Inghilterra del XVII secolo, al tempo della cruenta lotta tra i Puritani, guerrieri di Cromwell e gli Stuart. All’apertura del sipario, la presenza di quattro sentinelle nel terrapieno della Fortezza di Plymouth, e il canto delle preghiere che si odono lontane, annunciano il nuovo mattino. È il di delle nozze tra Sir Arturo Talbo, Cavaliere degli Stuart ed Elvira, la figlia di Lord Gualtiero Valton il quale, nonostante il conflitto in corso, ha deciso di acconsentire alle nozze della figlia in nome della sua felicità. Profonda è la delusione di Sir Riccardo Forth: a lui, inizialmente, era stata promessa Elvira. Ma il profondo senso del dovere di Arturo, la sua devozione e la massima fedeltà agli Stuart condizionerà irrimediabilmente gli eventi. Riconosciuta Enrichetta di Francia – vedova di Carlo I, defunto re della famiglia Stuart – nella prigioniera prossima al processo, Arturo userà il salvacondotto ricevuto da Lord Gualtiero per poter superare le linee fortificate dei Puritani e salvare così la vita della regina che, con il velo nuziale posato per gioco sul suo capo proprio da Elvira, assumerà sembianze di sposa senza incontrare impedimenti. I due vengono sorpresi da Sir Riccardo che non si oppone alla loro fuga sperando così in un riavvicinamento con Elvira. Lady Valton, pronta per le nozze, assiste amaramente, da lontano, alla partenza dell’amato con una altra donna e nella massima disperazione perde il senno e vaneggia in preda alle allucinazioni. Mentre Arturo è ricercato come traditore spergiuro e condannato a morte, Sir Giorgio riesce a convincere Riccardo ad ammettere le sue responsabilità nella vicenda e mettere così fine alle sofferenze e al delirio della nipote che considera come figlia, ottenendo da lui la promessa di uno scontro aperto con il rivale nella ormai prossima battaglia tra Puritani e Stuart. Durante una tempesta di neve, i due innamorati si incontrano nel bosco ed Arturo rivela di essere scappato per salvare la sua regina da morte certa, facendo scemare così l’ipotesi del tradimento. Il lieto fine giungerà insieme alla notizia portata dagli araldi: Arturo ed Elvira possono tornare ad amarsi perché la guerra è finita, gli Stuart sono stati sconfitti e Cromwell ha disposto l’amnistia generale per gli avversari. Un’opera in cui la morte aleggia da capo a fine – nel destino che attende la regina, nella condanna del fuggitivo Arturo, nella guerra che decima i seguaci delle due fazioni – ma che si scansa ed una volta tanto non muore nessuno.

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Nella messa in scena catanese, la scenografia, firmata da Alfredo Troisi, è come fotografata all’interno di una cornice imponente e massiccia di colore grigio scuro. In prossimità della stessa, all’occorrenza, viene fatto scendere un velo agevolando così la compresenza di due campi contemporanei di azione. In fondo al palcoscenico, immagini lontane proiettate su uno schermo gigante supportano la dimensione della profondità. I complementi, accompagnati lateralmente o calati dall’alto, rinforzano l’impianto scenico nel dettaglio senza evitare, tuttavia, di ricadere talvolta nell’eccesso come nel caso della grande croce posta al centro della scena all’inizio del secondo atto o della finestra nella stanza di Elvira che visivamente sembra poco integrata al resto. Geniale il connubio amore-guerra rappresentato dall’abito da sposa di Elvira, ancora sul manichino, con inserti che richiamano ritagli di armatura nella balza centrale della gonna. Il contrasto cromatico tra il nero, il grigio ferro ed il rosso è ricorrente: un esempio, è la scena di apertura in cui due strutture scure, arcate e decorate con stemmi e scudi si ergono sullo sfondo e si contrappongono ai veli rosso acceso trascinati dalle damigelle.

La regia di Francesco Esposito tende essenzialmente alla stasi e pochi sono i movimenti evidenti messi in atto da protagonisti e masse. Pesanti sono le lentissime sfilate di comparse e castellane dietro il primo velo. Gradevoli, invece, i costumi di Esposito: la morbidezza dei tessuti damascati e dei velluti blu (per Enrichetta) neri e rossi (per castellani, castellane e damigelle), mitigano la corposità del gotico con i particolari e le passamanerie oro quali punti luminosi. Altro punto luce (ahimè) è la fronte di Arturo, vittima di una attaccatura della parrucca eccessivamente alta, in un regime di quasi perenne semioscurità e notturna atmosfera secondo il giusto progetto luci ideato da Bruno Ciulli.

Shalva Mukeria è un Lord Arturo Talbo dalle intenzioni piuttosto altalenanti: capace di alternare attimi di buona qualità espressiva e tecnica – come nella Romanza “A una fonte afflitto e solo” che interpreta meglio della più famosa “A te o cara” – a momenti di incertezze e cedimenti. Ottima resa, per lui, nella fusione del duetto di passione con Elvira.
Sublime, eterea Laura Giordano (nella foto sotto) come Elvira. In lei è la potenza dei suoni, la limpidezza degli acuti e sovracuti da pelle d’oca, i dirompenti ma misurati passaggi di coloratura e le elevate doti attoriali. È interprete che dona interamente se stessa e, come magnete, annulla la distanza dallo spettatore che non smette di applaudirla a scena aperta. Indelebile momento di altissima purezza espressiva del dolore è il suo “O rendetemi la speme o lasciatemi morir“.
Carmelo Corrado Caruso (Sir Riccardo) non si risparmia in espressività. Mature e solide sono le sfumature timbriche e la presenza scenica ma troppo poco spedite risultano le agilità.
Molto bravo Dario Russo, un Sir Giorgio dalla voce piena, dalle giuste intenzioni e ottima presenza scenica. La performance di Nidia Palacios (Enrichetta di Francia) non è particolarmente entusiasmante. Bravo Davide Giangregorio nei panni di Lord Gualtiero Valton. Giuseppe Costanzo, non molto convincente come Sir Bruno.

Fatta di suoni che ricamano grandi emozioni è la direzione del maestro Fabrizio Maria Carminati alla guida dell’Orchestra del Teatro Bellini in grandissima forma. Carminati è bacchetta sicura, appassionata, perfettamente incollata alla scena. Con grande respiro, equilibrio e buon gusto, le sonorità orchestrali raggiungono il giusto senso drammatico dell’opera.

Un plauso va al Coro del Teatro Bellini diretto dal maestro Ross Craigmile per essersi egregiamente misurato, e con ottimo esito, con una parte che, nell’opera ultima del Bellini, comporta grande impegno. Le sezioni corali, come espressione del flusso emotivo dell’opera, sono giunte come benevola carezza o prorompente messaggio, sostenute da puntigliosa precisione ed alta padronanza della partitura.

Giacomo Orlando Fotografo