Anna Bolena al Bellini di Catania: un tiro a canestro o un tiro alla fune?

di Marta Cutugno

Con “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti, si apre la stagione lirica 2015 del Teatro Bellini di Catania. La tragedia lirica in due atti del bergamasco, ambientata nell’anno 1536, venne alla luce per il Teatro Carcano di Milano e – su libretto di Felice Romani – fu composta in soli trenta giorni tra il novembre e il dicembre del 1830, debuttando con estremo successo il 26 dicembre dello stesso anno. Il 10 dicembre del 1836, l’opera venne rappresentata per la prima volta a Catania al Teatro Comunale; unica altra occasione catanese – questa volta al Bellini – risale a quasi centocinquanta anni dopo, nel 1979 con Katia Ricciarelli-Bolena. Un capolavoro melodrammatico dei primi dell’Ottocento da celebrare con le sue grandi e tormentate passioni amore – gelosia – morte: la storia di Anna – seconda moglie di Enrico VIII e madre della futura regina Elisabetta I – che, accusata di tradimento, venne decapitata il 19 maggio del 1536; nel suo cuore, il rimorso per essere stata il motivo del ripudio di Caterina d’Aragona – prima moglie del Re – e il perdono per Enrico e la damigella Giovanna Seymour, sua amante.

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L’opera donizettiana torna in terra belliniana in questo nostro gennaio 2015: l’allestimento è del Teatro Bellini con le scene di Francesco Scandale, la regia di Marco Carniti, le luci di David Barittoni. La Sinfonia di apertura viene eseguita magistralmente a sipario chiuso: splendidi i suoni orchestrali che da subito lasciano respirare stile ed atmosfera a presagio di una esecuzione musicale di grande effetto. Aperto il sipario, davanti al pubblico, si presenta una scena (?) black & white : la superficie del palcoscenico è rialzata sul fondo e appare in pendenza, di colore nero e ornata di decori adesivi bianchi tali da rimandare più a un campo di basket  che a uno di pallamano. Al centro dello sfondo total black si trova una grande apertura bianca collegata ad una passerella e allo schiudersi, scorrendo verso l’alto, del candido uscio, l’enigma più che turandottiano – ugualmente tutti morti decapitati – è: “Vedremo Michael Jordan o la collezione primavera-estate 2016?”. Oltre la porta aperta, il rosso trono regale – che da subito Giovanna Seymour stira e ammira come sua futura postazione – meccanicamente sfilerà in passerella all’occasione. Vengono, inoltre, condotti, sui due lati del palcoscenico, due grandi tavoli bianchi dalla base cubica, piano di appoggio e ruote in dotazione: Anna e Smeton (paggio e musico segretamente innamorato della Regina) ci salgono sopra, l’uno per intonare la romanza della scena terza, l’altra per deliziarsi nell’ascolto. Molte altre volte – purtroppo – i protagonisti si abbarbicheranno appollaiati sui tavoli: una fra le tante, Bolena per intonare il suo “Giudici ad Anna”.

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Nella scena sesta (atto I) giunge Percy (primo marito di Anna, da lei sciolto dall’esilio e ancora di lei innamorato) e la passerella viene agganciata e sollevata da due corde – sim sala min – restando sospesa a mezz’aria per rappresentare il parco (?) nel castello di Windsor. La scena del dialogo di grande intensità e pathos tra Anna e Giovanna (atto II scena III) è seguita dall’arrivo di due comparse che, incomprensibilmente armate di mocio ma sprovviste di secchio, si apprestano a pulire – dai la cera togli la cera – la centrale passerella: tra il pubblico serpeggia alto quesito: “ma così tanto lagrimò la Seymour??”. E poi un trionfo di corde in ogni dove e dalle molteplici funzioni: Rochefort e Percy incatenati con lunghe lunghissime funi – per favorire le passeggiate durante l’ora d’aria? – vengono condotti fuori con ulteriori corde strette alla cinta. Immancabili, nella prigione di Anna, le corde/liane calate dall’alto, già avvistate al Bellini ai tempi dell’ Attila decembrino – all’epoca sicuramente più numerose e consone all’ambientazione – questa volta sparse e di colore rosso.
Un omaggio alla tradizione per i costumi: modelli curati ed eleganti in velluto impreziositi, talvolta, da inserti gioiello.

L’Orchestra del Teatro Bellini ha dato ottima prova di perizia ed è stata molto ben guidata dal M° Antonio Pirolli: musica che ha raccontato, sostenuto nella perfetta intesa tra buca e palcoscenico, con sentite dinamiche coordinate a giusti tempi.                  Preparato il Coro del Teatro Bellini diretto dal M° Gaetano Costa: più omogeneo negli interventi del primo atto, incerto nel Coro di Damigelle ma in netta positiva ripresa da “Chi può vederla a ciglio asciutto” al finale.

Piuttosto eterogeneo e poco convincente il gruppo delle voci. Nel cast: Dario Russo (Enrico VIII), Rachele Stanisci (Anna Bolena), José Maria Lo Monaco (Giovanna Seymour), Emanuele Cordaro (Lord Rochefort), Giulio Pelligra (Lord Percy), Nidia Palacios (Smeton) e Giuseppe Costanzo (Hervey).

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Nota di estremo merito va alla Bolena di Rachele Stanisci: una bellissima Anna dalle immense doti interpretative, di grande rilievo l’introspezione del personaggio, l’eleganza della vocalità dai potenti e cristallini suoni e il raffinato movimento scenico. Molto brava anche José Maria Lo Monaco come Giovanna Seymour, massimamente partecipe, scenicamente aggraziata e dalla voce ampia.
Prossimo e secondo appuntamento operistico 2015 al Bellini di Catania: “La bohème” di Giacomo Puccini a partire dal 18 Febbraio.

                                                                                                                

Giacomo Orlando Fotografo